A cura della Redazione CIESSE

 

Carlo Santi è scrittore, editore e fondatore di CIESSE Edizioni. Autore di romanzi storici e contemporanei, ha sviluppato una produzione narrativa caratterizzata da un forte rigore documentale e da una particolare attenzione al rapporto tra storia, memoria e identità. Con la sua Trilogia Templare, composta da Il giuramento dei nove, Il sapere nascosto dei Templari e Jacques de Molay, ha costruito un ampio affresco narrativo dedicato all’Ordine del Tempio, raccontandone la nascita, l’evoluzione e la caduta attraverso una prospettiva che unisce ricostruzione storica e riflessione sul destino del sapere.

Accanto all’attività di scrittore, dirige dal 2010 la CIESSE Edizioni, realtà editoriale indipendente impegnata nella valorizzazione della narrativa italiana contemporanea, con particolare attenzione alla qualità letteraria, alla cura editoriale e alla promozione di nuovi autori. Il suo lavoro si distingue per una scrittura attenta alla verosimiglianza storica e per l’interesse verso quei temi che attraversano i secoli: la conoscenza, il potere, la memoria e l’eredità lasciata dagli uomini alla storia.


 

D. Dopo tre romanzi dedicati all’universo templare, qual è il filo rosso che unisce l’intera trilogia?

Carlo Santi: Molti lettori pensano che il tema sia l’Ordine del Tempio. In realtà non è così. I Templari sono il veicolo narrativo attraverso cui mi sono avvicinato a un’altra questione: il rapporto tra conoscenza, memoria e potere. Mi interessava capire che cosa accade alle idee quando gli uomini che le hanno generate scompaiono. Gli ordini religiosi finiscono, gli stati crollano, le istituzioni vengono distrutte, ma alcune conoscenze continuano a vivere. A volte non sopravvivono nei libri. Sopravvivono nei gesti, nelle pratiche, nelle abitudini. Tutta la trilogia nasce da questa riflessione.

D. Eppure la letteratura templare è piena di segreti, reliquie e misteri. Lei sembra aver preso una direzione diversa.

Carlo Santi: Direi quasi opposta. Non mi interessava raccontare un tesoro nascosto o una rivelazione capace di cambiare il mondo. Mi interessava il problema della custodia. Ogni civiltà produce conoscenza, ma non tutta la conoscenza può essere gestita nello stesso modo. A un certo punto ho iniziato a chiedermi quale sarebbe stata la responsabilità di un uomo che si trovasse davanti a qualcosa di troppo grande per essere posseduto. Da lì è nato il cuore del secondo romanzo.

D. Il primo volume, “Il giuramento dei nove“, è però molto diverso. Più vicino al romanzo storico tradizionale.

Carlo Santi: Era necessario. Prima di affrontare i temi più astratti dovevo costruire un mondo credibile. Hugues de Payens, le strade della Palestina, i pellegrini, la fragilità del Regno di Gerusalemme: tutto doveva partire da un problema concreto. Spesso ci dimentichiamo che i Templari nascono innanzitutto per garantire sicurezza ai pellegrini. Il loro punto di partenza non è il mistero. È una strada. Mi piaceva l’idea che un fenomeno destinato a diventare enorme avesse un’origine così pratica e così umana.

D. Nel secondo volume “Il saperte nascosto dei Templari” compare Matthaeus, probabilmente il personaggio più originale dell’intera trilogia. Come è nato?

Carlo Santi: Matthaeus nasce dal desiderio di raccontare una funzione più che un individuo. Non volevo l’eroe classico. Non volevo nemmeno il depositario della verità. Mi interessava qualcuno capace di custodire senza possedere. È una differenza sostanziale. Molti personaggi della narrativa cercano il sapere. Matthaeus cerca il limite. Cerca il punto oltre il quale la conoscenza rischia di trasformarsi in dominio. In fondo tutto il romanzo ruota attorno a questa tensione.

D. A un certo punto “Il sapere nascosto dei Templari” smette quasi di essere un romanzo sui Templari.

Carlo Santi: Sì, e credo che fosse inevitabile. Se il tema è davvero il sapere, prima o poi il sapere deve superare coloro che lo custodiscono. I Templari diventano progressivamente meno importanti del processo che hanno messo in moto. Per questo il libro si concentra sulla trasmissione, sulla dispersione, sulla continuità. Mi interessava mostrare come una conoscenza possa sopravvivere proprio perché rinuncia ad avere un centro.

D. Nel terzo volume, dedicato a Jacques de Molay, il tono cambia ancora. Il libro assume quasi la forma di una tragedia.

Carlo Santi: Perché la storia di Jacques de Molay è una tragedia nel senso più classico del termine. Il lettore conosce già il finale. Sa che l’Ordine verrà soppresso e sa che il Gran Maestro finirà sul rogo. La vera domanda non è cosa accadrà, ma come verrà affrontato ciò che accade. Mi interessava il rapporto tra dignità e sconfitta. Che cosa resta a un uomo quando tutto ciò che ha servito per una vita viene distrutto?

D. Che figura è Jacques de Molay nel suo immaginario?

Carlo Santi: Non un martire e nemmeno un santo. È un uomo che assiste alla fine di un mondo. Credo che la sua grandezza risieda proprio nella sua umanità. Non possiede poteri straordinari. Non ha una conoscenza segreta. Non può cambiare il corso degli eventi. Può solo decidere come stare dentro quegli eventi. Ed è una scelta molto più difficile di quanto sembri.

D. I suoi romanzi sembrano diffidare profondamente del potere.

Carlo Santi: In realtà diffidano delle concentrazioni di potere. Il potere in sé è inevitabile. Ogni società ne produce una forma. Ciò che mi interessa è il momento in cui il potere smette di gestire e comincia a possedere. Quando questo accade, il sapere diventa uno strumento e perde la sua funzione originaria. È una dinamica medievale, ma credo che sia ancora molto attuale.

D. Se dovesse definire la trilogia con una sola frase?

Carlo Santi: Direi che è la storia di ciò che resta dopo la storia. I Templari entrano nel racconto, cambiano il mondo e infine scompaiono. Ma le conseguenze delle loro azioni continuano a esistere. Mi affascina questa idea: il fatto che ciò che conta davvero non sempre coincide con ciò che viene ricordato.

D. E cosa spera che il lettore porti con sé dopo l’ultima pagina?

Carlo Santi: Un dubbio. L’idea che molte delle cose che consideriamo normali oggi possano essere il risultato di una lunga catena di gesti, decisioni e intuizioni di cui abbiamo perso memoria. La storia non è soltanto ciò che viene raccontato nei libri. È anche tutto ciò che continua a funzionare quando nessuno ricorda più chi l’ha costruito. E forse i veri custodi non sono quelli che conservano il passato, ma quelli che impediscono al futuro di crollare troppo presto.